Home
Missione
Testimonianze
Premio Gastone Marri
Link utili

Dall'inizio dell'anno ad ora,
per lavoro, ci sono:
715 morti
715158 infortuni
17878 invalidi


:: Diario di un ispettore

nido


:: Rassegna Stampa

Giovedì 13 dicembre 2007

L'osservatorio sulla stampa di oggi giovedì 13 dicembre 2007


:: Documenti



Google





Invia l'articoloInvia l'articolo

Informazione e Lavoro

di redazione
Il volume di questa tredicesima edizione del Premio Ilaria Alpi è dedicato al delicato e quanto mai attuale rapporto informazione e lavoro. In altri termini, come i mass media presentano oggi il lavoro? Diviso in tre parti, il volume risponde a questa domanda analizzando innanzitutto la relazione lavoro-tv-giornali, soffermandosi poi su quelle che sono le prospettive per il futuro dal punto di vista del sindacato, e infine dando voce ai cosiddetti “naufraghi dello sviluppo”, gli immigrati giunti in Italia e che puntualmente vengono sfruttati.
Dai diversi contributi emerge che molta strada è stata fatta da quando, agli inizi degli anni Ottanta, il mondo dei mass media ha iniziato a occuparsi sistematicamente di lavoro, ma che rimane ancora molta strada da fare, nel senso che il rapporto tra informazione e lavoro non può essere lasciato al caso e alla buona volontà, ma deve essere il frutto della professionalizzazione di un nuovo operatore dell’informazione, capace contemporaneamente di analizzare i fatti ma senza farsi condizionare dagli schermi delle ideologie. Barbara Bastianelli e Angelo Ferrari sono i curatori del volume.

Nato nel 1995 da un’idea dell’Associazione Ilaria Alpi - Comunità Aperta di Riccione, il Premio Ilaria Alpi è dedicato all’inviata Rai uccisa in Somalia il 20 marzo 1994 insieme al suo operatore Miran Hrovatin e da dodici anni rappresenta, a livello nazionale, uno dei più importanti momenti di riflessione e dibattito sul giornalismo d’inchiesta: il giornalismo serio e capace di scavare in profondità che piaceva fare a Ilaria e che ogni giorno molti suoi colleghi, in tutto il mondo e spesso in condizioni difficili, cercano di fare con l’unico obiettivo di ricercare e raccontare la verità.
La collana “I taccuini del Premio Ilaria Alpi”, pensata dagli amici del premio dedicato a Ilaria Alpi, nasce proprio per dare spazio ed eco ai temi cari al suddetto premio giornalistico: pace, solidarietà, diritti umani.

 


Tratto da Informazione e lavoro

La Ballata di Giuliano
Nevio Casadio
giornalista, vincitore del Premio Ilaria Alpi nel 1997 e nel 2001

“... La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori... In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta... “
(Ryszard Kapuscinski)

Erano anni che l’idea mi girava per la testa. Tra le mie carte conservavo un articolo di un’amica reporter, che nei primi del ‘96 aveva scritto per Repubblica, sulle morti bianche: Quel lavoro che uccide come la guerra. In quel periodo, scriveva Manuela Audisio, la media costante in Italia era di tremilacinquecento decessi l' anno che volevano dire un morto ogni ora di lavoro, dieci al giorno. E 360 incidenti ogni sessanta minuti. Lavoratori feriti e ammazzati dagli incidenti di lavoro e dalle malattie professionali. Nei campi, stabilimenti, strade e cantieri. Manuela, nel suo viaggio sui crimini di pace in nome del lavoro, era andata pure a trovare, all' ospedale Luigi Einaudi di Torino, Antonio Camerino. Una cosina di quaranta chili, con un polmone trapiantato, che per non spaventarla le sussurrò: Sono io, anzi quel che resta di me. Quella cosina ridotta a quaranta chili, che non  sapeva di vendersi la vita.
Nella triste graduatoria degli infortuni il nostro Paese occupava le prime posizioni in Europa. Dalla fine della guerra al ‘96 più di centomila persone erano morte sul lavoro. Braccia, gambe, teste e occhi squartati, colonne vertebrali spezzate, polmoni gasati. Il doppio delle perdite americane in Indocina, tre volte quelle del Vietnam. Un cimitero grande come Parma, in una sequela di croci di una guerra che ufficialmente nessuno ha mai dichiarato.
Nella reportage del ‘96, Audisio ricordava ancora come il panorama negli anni settanta fosse ancora più drammatico. Giuliano Zincone, sul Corriere della Sera, nel ‘73 aveva indagato l'Italia del lavoro descrivendone l'orrore, dai nomi di posti che rievocano ancora oggi paura. Taranto, Rosignano, Cogoleto, Ciriè, Porto Marghera. Con le storie di metallurgici e metalmeccanici “che non arrivavano alla pensione; i fonditori e i forgiatori, che arrivavano a casa pazzi di fatica e di rumore, quelli che le mogli si chiedevano: Ma cosa gli fanno a questi in fabbrica? Timpani rotti, avvelenamenti del sangue, mani tagliate, artrosi, ulcere, ustioni, dermatiti. Bambine paralizzate per appiccicare borsette in Toscana, per portare a casa mille lire al giorno, vittime del benzolo, la peste bianca. La fabbrica di vestiti presso Treviso, dove la lavorazione della giacca era parcellizzata in 1.200 operazioni e dove dovevi ripetere la stessa operazione 480 volte al giorno. La pelle gonfia e dura come quella dei rospi di chi a Sassuolo lavorava le piastrelle. I vapori della Solvay dove, quando usciva una nuvola di cloro, tutti i pini attorno diventavano gialli. Un' Italia dove la colpa era sempre dell' operaio che non stava attento: ai capelli lunghi che restavano impigliati nella macchina, alla mano che finiva stritolata. E sai com' è: stai attento per cinque anni, poi un giorno non ci pensi e il tubo ti sfonda il cranio. Un'Italia dove l' edilizia era il settore più micidiale: 600 infortuni al giorno, due feriti al minuto. Adesso tanti di quei mostri non ci sono più: decapitati dalla crisi, trasformati dal progresso, ingentiliti dalla coscienza di tutti, anche di quei lavoratori che a Severo, a due passi dall' Icmesa, in piena nube facevano spallucce: se moeur minga el can... . Traduzione: Fino a quando non muore il cane, non c' è da preoccuparsi. Oggi – ricordava ancora Manuela Audisio nel reportage del 1966, Quel lavoro che uccide come la guerra.  – le fabbriche e le lavorazioni sono più sicure, la gente è più attenta, la prevenzione più curata. Eppure, in Italia i morti sul lavoro sono sei volte quelli dell' Inghilterra, eppure, se vuoi raccontare dal vivo i prossimi cadaveri, i prossimi amputati, la scelta è ampia. C' è chi ti propone un viaggio nel Veneto, nelle piccole aziende di laminati, chi ti vuole dirottare a Pesaro e dintorni, dove nel settore mobili ci si taglia via di tutto, chi ti propone Mestre, la Brianza, l'Umbria, un viaggio nei cantieri nel grande sud e poi perché non vai a Lecce?”

Appunto perché non vai a Lecce? E in lungo e in largo nella penisola dove di lavoro si muore? Intanto - dopo il reportage di  Manuela Audisio su Repubblica  del ‘96-, il millennio del progresso e della civiltà si avviava ad infilarsi nel nuovo, con oltre un migliaio di morti all’anno.
Erano anni che cercavo un cavallo su cui salire per realizzare un’inchiesta televisiva sulle morti bianche, in Italia. Un cavallo decente, dalle risorse sufficienti per realizzare un’inchiesta alla vecchia maniera, di quelle che ormai non si facevano più.
Quando ormai avevo perso ogni speranza, lo trovai in una trasmissione di Rai Tre, Cera una volta. La trasmissione, dal nome dell’incipit di una fiaba, era iniziata nell’ottobre del ‘99, raccontando per diciotto puntate storie aberranti di vita rubata ai  bambini, delle diverse parti del mondo, dove la vita è l’inferno. Dal Sudan meridionale, nella stretta della carestia con la storia del piccolo Madid, al Brasile della vergogna, con le tragedie ordinarie di bambine e bambini violati con l’unico torto di essere venuti al mondo e qui, indotti a prostituzione, violenza e schiavitù; per approdare ancora all’Angola sempre in guerra con le storie di sette fratelli, i piccoli orfani tra i tanti di Malanje. Nell’anno successivo, la nuova serie della trasmissione C’era una volta,  avrebbe affrontato il tema della globalizzazione nel suo dispiegarsi pieno di dicotomie che si riflette sul destino di persone, una piccola parte proiettata al futuro e la gran parte condannata a povertà, miserie o barbarie, di un buio profondo. Nelle inchieste di quella serie televisiva, si raccontarono gli sfruttamenti e le battaglie per l’acqua, l’aria, la terra o il petrolio, dalla Palestina alle Filippine, passando per lo Zimbabwe, Nigeria e Arzebaijian. Alcune puntate furono dedicate al mondo del lavoro, in particolare  del lavoro delle donne in Burkina Faso ed in Algeria.
E nel contesto di C’era una volta trovai il cavallo decente per fare un’inchiesta, in una puntata secca di cinquanta minuti, sulle morti bianche. In Italia.

L’inchiesta televisiva sulle morti bianche e gli incidenti sul lavoro, nel nostro Paese fu realizzata nel corso di quattro mesi, da giugno alla fine di settembre, del 2000. Alla vecchia maniera.
Dedicai il film alla memoria di Giuliano Valdi di Verbania, un ragazzo dilaniato il 23 dicembre del 1999, dall’esplosione dell’industria dove lavorava come operaio addetto alla smerigliatura di caffettiere di alluminio.
Fu quello un viaggio nella penisola italiana, da nord a sud, lungo le tragedie ordinarie che affliggevano i lavoratori durante le loro mansioni, quotidiane. Una piaga, quella delle morti bianche, spesso dimenticata, trascurata dai mezzi d’informazione, una tragedia costante che pare debba rientrare, ineluttabilmente, nei processi produttivi sempre più improntati alla competitività. La Ballata di Giuliano fu trasmessa da Rai Tre la notte del 18 ottobre del 2000. Nei giorni seguenti i giudizi della critica furono alquanto generosi. A chi mi riferì che gli ascolti erano stati alquanto bassi, risposi che probabilmente l’inchiesta non avrebbe vinto alcun telegatto. Alla Ballata di Giuliano arrivò invece un premio - da me inatteso - e che emoziona ogni reporter: il Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi, alla sua settima edizione del giugno 2001.
Ma sulle morti bianche e gli incidenti sul lavoro, sarebbe tornato presto il silenzio. Il cavallo avuto in prestito da C’era una volta, ho dovuto riconsegnarlo al padrone al termine della prima corsa. E di lì a poco dopo aver licenziato quell’inchiesta ed averla vista sul piccolo schermo, non avrei più trovato cavallo alcuno, non soltanto per parlare di lavoro, ma per parlare di qualsiasi cosa che ne valesse la pena. E, che mi risulti, in questi ultimi anni, non si è parlato di morti bianche neppure una volta a Porta a Porta, che di morti – non so di quale colore - spesso racconta. Il tema del lavoro è pressoché scomparso dagli spazi d’approfondimenti televisivi, sempre più improntati all’infoentertainment. Abbiamo consegnato il giornalismo a nani, guitti e ballerine senza battere ciglia ed ai giornalisti è consentito perlopiù di occuparsi di nani, guitti e ballerine.
Ma sul dramma delle morti bianche siamo tutti responsabili. Nessuno escluso. Di fronte ad ogni morte sul lavoro, dovremmo almeno avere la dignità di riconoscere la nostra colpevolezza per aver preteso beni o cose che funzionino, efficienti, confortevoli,  ad un prezzo di mercato al ribasso, senza chiederci quali storie nascondano nei loro processi di produzione.
Noi giornalisti siamo colpevoli, tutti quanti, ancor più per non aver battuto i piedi a sufficienza per raccontare questo dramma che ci scivola sotto i piedi ogni giorno. Siamo tutti quanti complici nel tacere quel che è sgradito sapere. Il lavoro, specie quello degli umili, dove ci si sporca le mani, tra polvere e sudore, sempre più viene nascosto dietro sipari ai margini dei ghetti di campagne, officine, strade e città. Che si soffra e si muoia lì, ma lasciateci in pace, non vi vediamo e sentiamo. Al diavolo la cultura del lavoro, così sia e non parliamone più.
 “Il contrario di un racconto non è il silenzio o la meditazione, bensì l’oblio... . L’uomo – ha scritto John Berger - compie delle azioni, spesso coraggiose. Tra quelle meno coraggiose, ma nonostante questo efficaci, c’è l’atto del raccontare. Questi atti sfidano l’assurdità e l’assurdo. In che cosa consiste l’atto del raccontare? Mi sembra che sia una permanente azione di retroguardia contro la permanente vittoria della volgarità e della stupidità. I racconti sono una dichiarazione permanente del vissuto in un mondo sordo”.
Non abbiamo battuto e non battiamo i piedi a sufficienza, per non turbare le nostre coscienze e quelle del pubblico con l’informazione non soltanto dovuta alla dimensione della tragedia qual è, ma che dovrebbe imporsi pure nei confronti di un solo uomo morto sul lavoro.
Un grazie al presidente della repubblica Giorgio Napolitano che su questa tragedia i piedi li sta battendo dal giorno del suo insediamento al Quirinale.

 


 
Articolo 21 Liberi di: Via Velino, 10 - 05019 Orvieto - info@articolo21.info
Web-Developer: Elzevira Content Editor: Elzevira