Home
Missione
Testimonianze
Premio Gastone Marri
Link utili

Dall'inizio dell'anno ad ora,
per lavoro, ci sono:
728 morti
728614 infortuni
18215 invalidi


:: Diario di un ispettore

nido


:: Rassegna Stampa

Giovedì 13 dicembre 2007

L'osservatorio sulla stampa di oggi giovedì 13 dicembre 2007


:: Documenti



Google





Invia l'articoloInvia l'articolo

Come si lavorava all' Ethernit

Le testimonianze sono tratte dall’articolo “La fabbrica della morte” di Guido Iocca pubblicato su “Rassegna sindacale” n.1 del 2005  
 
Ezio Buffa, 71 anni, ex addetto al reparto manufatti. 
Sono stato assunto all’Eternit nel ’54, a 21 anni. È sempre stato un lavoro da cani. Quasi tutti i miei compagni d’allora, molti della Cgil, sono morti di mesotelioma. Si operava in tre turni, pesantissimi. A complicare le cose c’e-rano le condizioni igieniche: la polvere d’amianto e di cemento, l’umidità, il caldo d’estate. Un inferno. Al reparto materie prime, 40-50 persone, non se n’è salvato nemmeno uno. Ai dirigenti aziendali della nostra salute non importava nulla. Loro sapevano del pericolo a cui andavamo incontro, ma si sono sempre ben visti dall’intervenire. Io ho avuto la fortuna di dimettermi nel ’79: persi quasi tutte le dita di una mano dentro una macchina. Così ho avuto la pensione d’invalidità e me ne sono potuto  andare. Lo so che può sembrare assurdo, con quello che mi è capitato, parlare di buona sorte, ma la realtà è proprio questa: gli altri, quelli che sono rimasti fino alla fine, non ci sono più. Ora ho l’asbestosi al 74 per cento, all’inizio mi avevano riscontrato il 31. La prima cosa che fa l’Inail è negarti il diritto alla malattia professionale. Alla fine, grazie soprattutto al coinvolgimento del sindacato, qualcosa ti danno, ma poco. È una malattia infida, più si va avanti e più peggiora. L’amianto si deposita sulla superficie dei polmoni, si calcifica e come una piovra ti soffoca. La notte, quando sono a letto, non riesco più a stare sdraiato. 
 
Lidia Buttiero, 75 anni, ex operaia addetta ai manufatti umidi.
Nel mio reparto si costruivano pezzi speciali, camini, vasche e altri manufatti. La fibra, una volta trattata, aveva l’aspetto della pasta fresca. Peccato che quella polvere con cui avevamo a che fare ogni giorno non fosse farina. L’amianto era dappertutto, si percepiva anche nell’aria. Per noi nessuna norma cautelativa, nessun controllo. Quando sono stata assunta avevo 17 anni, era il ’46. Lavoravo otto-dieci ore al giorno. Noi ragazze ci mettevamo un foulard fin sugli occhi, non sapendo che era assolutamente inutile. Avevamo i guanti, è vero, ma quella robaccia la respiravamo tutta. A quelli della molatura, i più esposti, davano mezzo litro di latte da bere. Tutto lì. Queste erano le norme di sicurezza. Un ambiente malsano, dove ho lavorato per tredici anni a cottimo. Nel ’59 mi sono licenziata: avevo un bambino piccolo e nessuno che me lo guardasse. Questo forse mi ha salvata, ha fatto in modo che invece di morire di mesotelioma, come tante mie colleghe, io abbia preso l’asbestosi. So di essere malata dall’87: all’inizio il mio punteggio era del 12 per cento. Ora sono al 48, anche se il pa-tronato richiede per me il 58 per cento. Nessuno ci ha mai detto allora che rischiavamo la vita. Addirittura, molte di noi hanno fatto la gravidanza in fabbrica, in quelle condizioni igieniche: considerato che il periodo d’incubazione della malattia può durare fino a oltre quarant’anni, ancora oggi non so se mio figlio, che è del ’58, si può considerare completamente fuori pericolo. 
 
Remo Piazza, 75 anni, ex capoturno al reparto lastre.
Ho lavorato all’Eternit dal ’60 all’86, l’an-no che hanno chiuso la fabbrica. Il rapporto con l’amianto era manuale all’inizio, poi è stato fatto qualche cambiamento dal punto di vista della meccanica, ma sempre poca cosa. Quando si tornava a casa si sentiva la gola completamente secca. In seguito, come capoturno, giravo da un reparto all’altro: ero, dunque, sempre a con-tatto con la polvere. Nella nostra città chi era impiegato all’Eternit veniva considerato un privilegiato. Io stesso, da giovane, dovevo andare alla Fiat, a Torino: scelsi l’Eternit, perché si guadagnava di più, 40.000 lire contro le 55.000 di Casale. Nel ’71, quando avevo 42 anni ed era qualche tempo che mi mancava spesso il fiato, spesi i miei soldi per le ferie per farmi visitare a Milano, alla clinica Columbus; di lì fui ricoverato all’ospedale di Pavia: alla fine la diagnosi non lasciò dubbi circa il mio stato di salute: avevo già il 50 per cento d’invalidità polmonare dovuta ad asbestosi. Ciononostante, l’Inail di Alessandria non mi voleva riconoscere la malattia, attribuendo i miei problemi a una vecchia pleurite. Sono stato il primo a Casale a portarli in tribunale: vinsi io, era il ’72. Malgrado il parere dei medici, pattuimmo per un 25 per cento d’invalidità. Un anno dopo ero già al 35, oggi sono all’82 per cento. I miei colleghi? Morti, spariti quasi tutti. Ora anche mia moglie fa fatica a respirare: lei non vuole farsi visitare, ma io so che si è ammalata. L’asbestosi ormai ce l’hanno tutti in questa città, è provato, chi ha lavorato e chi non ha lavorato in quella maledetta fabbrica.  


 
Articolo 21 Liberi di: Via Velino, 10 - 05019 Orvieto - info@articolo21.info
Web-Developer: Elzevira Content Editor: Elzevira