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Giovedì 13 dicembre 2007

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Casale Monferrato: Storia di una strage infinita

di Michele Citoni
Il Novecento, a Casale Monferrato, è scritto nel cemento: qui fu prodotto, a partire dal 1876, il primo cemento Portland naturale italiano e la cittadina mantenne il ruolo di capitale nazionale del settore fino agli anni ‘70. Questo primato, già di per sé non privo di conseguenze sanitarie per i lavoratori esposti, si consolidò allorché l’ingegnere Adolfo Mazza, acquistato il brevetto della svizzera Eternit, celebrò a Casale nel 1906 un prospero matrimonio, che sarebbe durato ottant’anni, tra il cemento e la fibra di amianto (o asbesto), tradizionalmente considerata “indistruttibile”. Naturalmente gli operai della Eternit italiana, che hanno lavorato duramente e con pochi diritti per rendere possibile la cerimonia, e i cittadini di Casale, invitati alle nozze con promesse di sviluppo e ricchezza, non furono informati che il conto era a carico loro e si pagava con la malattia e la morte.

Qualcuno sapeva ma ha preferito il silenzio per non rovinare la festa: la correlazione tra l’amianto e l’asbestosi, una patologia professionale dei polmoni che può aggravarsi fino alla morte per asfissia, è nota fin dai primi del secolo scorso e quella tra l’amianto e il mesotelioma della pleura (tumore maligno tuttora privo di cura), sospettata già negli anni ‘30, è stata accertata negli anni ‘60; eppure la fabbrica continuò a produrre fibrocemento fino al 1986, anno del fallimento dell’azienda per autoistanza. Non sapremo mai quante persone sono morte nel periodo precedente alla guerra, per malattie causate dall’amianto della Eternit di Casale, mentre è accertato che dal dopoguerra ad oggi un migliaio di persone hanno perso la vita e si prevede che molte altre se ne andranno ancora negli anni a venire, dati i lunghissimi tempi di latenza del mesotelioma.

L’occultamento delle informazioni da parte dei vertici aziendali, la sottovalutazione del rischio da parte delle istituzioni e della stampa, l’asservimento di tanti esperti di grido agli interessi del padrone, un servizio di igiene del lavoro aziendale che ancora nella seconda metà degli anni ‘70 si preoccupava solo di invitare i lavoratori a “non fumare”, il reparto confino (qui chiamato “Cremlino”) dove i lavoratori sindacalizzati venivano relegati a svolgere le mansioni più rischiose in un ambiente saturo di polveri, sono tutti elementi di un copione in parte simile a tante altre vicende operaie; certo anche da parte sindacale la presa di coscienza del rischio amianto e l’affermazione della salute come diritto non negoziabile non furono immediate, protraendosi fino agli anni ’60 qui come altrove, una cultura della monetizzazione del rischio. Ma alla fine di quel decennio il tema della salute divenne un nuovo terreno di conflitto sindacale in molte realtà produttive italiane e si diffuse un modello di lotta alla nocività basato sulla soggettività operaia: l’esperienza soggettiva del “gruppo omogeneo” operaio veniva riconosciuta come fonte autorevole di conoscenza dei processi produttivi e come l’unica misura scientificamente valida della tollerabilità o meno delle condizioni di lavoro (da cui il principio della “non delega” del controllo dell’ambiente di lavoro e della tutela della salute al padrone e agli esperti, e quello della “validazione consensuale” delle condizioni di lavoro da parte del gruppo operaio interessato). Su quest’onda anche a Casale prese il via un forte ciclo di lotte contro la nocività, che sostanzialmente tenne anche quando altrove, negli anni ‘80, si ripiegava e si tornava a monetizzare la salute.

Ci furono inoltre numerose iniziative giudiziarie, a cominciare dalla vertenza per ottenere i risarcimenti Inail, ottenuti dai lavoratori nell’84, fino a un lungo processo penale, concluso in Cassazione nel ‘93 con una vittoria simbolica degli operai ammalati e dei familiari delle vittime nei confronti dei vertici della Eternit Italia, i cui reati furono riconosciuti ma considerati prescritti. Nel frattempo la lotta, che già si avvaleva del sostegno di diversi medici (isolati nella propria comunità professionale), si era indirizzata verso la richiesta di messa al bando totale dell’amianto e la ricerca di alternative produttive, e il sindacato, pur in presenza di centinaia di lavoratori disoccupati, si oppose al tentativo di riapertura della fabbrica dopo la chiusura dell’86. La Cgil e l’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto hanno coinvolto sempre di più la cittadinanza nelle iniziative di lotta. Del resto tutta la popolazione di Casale è pesantemente colpita, perché alla contaminazione proveniente direttamente dalla fabbrica – pur ridotta dagli anni ‘70 dopo la realizzazione di sistemi di filtraggio – nel corso degli anni di attività della Eternit si era aggiunta quella trasmessa dagli operai alle famiglie attraverso le tute coperte di polvere e quella dovuta all’irresponsabile (ma scientifica) diffusione nel territorio casalese, da parte della Eternit, di scarti di lavorazione dell’amianto (il cosiddetto “polverino”), regalati ai cittadini per realizzare pavimentazioni e coibentazioni. Gran parte di questo materiale è ancora presente nelle stradine di accesso alle case e nei sottotetti. E delle 30 persone circa che ogni anno sono stroncate dal mesotelioma, ormai da tempo i due terzi sono cittadini che non hanno mai avuto rapporti diretti con la fabbrica.

A Casale Monferrato si è verificata una delle più gravi tragedie industriali del nostro paese, ma qui ci sono lavoratori, sindacalisti, medici, cittadini che hanno scelto di reagire, di praticare il conflitto scontando all’inizio una quasi totale solitudine, hanno sedimentato coscienza e cultura. Recando una tremenda minaccia nei propri polmoni, queste persone sono state determinanti nella lotta che ha portato alla messa al bando dell’amianto in Italia (legge n. 257 del 1992), e hanno ottenuto la bonifica della fabbrica di Casale oltre all’avvio di un difficile piano di interventi su tutto il territorio casalese, in cui vengono sperimentate soluzioni tecniche innovative. Sono diventati punto di riferimento per tante altre comunità del nostro paese dove l’obiettivo della bonifica dei siti produttivi e del territorio è ancora lontano, e per quelle di molti paesi del mondo in cui persino la consapevolezza del rischio è ancora da conquistare. Oggi stanno portando avanti, con una maxi-vertenza senza precedenti, una nuova iniziativa giudiziaria contro la famiglia dei miliardari svizzeri Schmidheiny che stava dietro alle fabbriche Eternit sparse per il mondo, perché l’accertamento della responsabilità di questa tragedia giunga finalmente a toccare i massimi livelli.

È questa la ricchezza, umana e sociale, che ho scelto di rappresentare quando, nel settembre 2003, sono stato invitato da un piccolo festival, il MonFilmFest di Vignale Monferrato, a partecipare a un “gioco di cinema” insieme ad altri sei autori. Ognuno di noi avrebbe dovuto realizzare un video in una settimana, con l’unico vincolo che fosse girato nel Monferrato. Affrontai il lavoro, con la collaborazione di Federico Triulzi, sulla base di alcuni colloqui effettuati in un precedente sopralluogo e delle informazioni contenute in un libro diffuso dalla locale Camera del Lavoro (Volpedo, M., Leporati, D., Morire d’amianto, La Clessidra, Genova 1997) e in una tesi di laurea. Quando arrivammo a Casale, la stampa locale annunciò che qualcuno si aggirava per la città con la telecamera per raccontare l’Eternit. Capii subito l’importanza che rivestiva nella comunità la storia, e le storie personali, che volevo approfondire e ne sentii la responsabilità. Perciò mi misi all’ascolto, e mi accorsi subito che il dolore e la rabbia cui davo voce e immagine non emergevano nella forma scomposta e impotente dell’invettiva, ma in una elaborazione politica più creativa e matura, capace di coltivare la memoria per proporla a tutti e di persistere nell’impegno con la consapevolezza della grande forza degli avversari ma anche della incontestabile legittimità dei propri diritti. Complice anche, occorre dirlo, la povertà dei mezzi produttivi a disposizione, fu tuttavia un indirizzo preciso quello di affidare la narrazione essenzialmente a questi volti e a queste voci così naturalmente potenti, riservando alla scelta registica la selezione dei punti di vista emblematici (sindacalisti, ex lavoratori, familiari delle vittime, medici, alcuni cittadini fermati per strada) e la composizione dell’intreccio narrativo delle varie testimonianze. Il titolo che ho scelto è Indistruttibile, traduzione del termine greco asbestos, ma anche – è stato notato - attributo caratteriale dei protagonisti del documentario. Il film è cresciuto nelle mie mani, in certo modo, così come “chiedeva di essere fatto”. E poiché vive in primo luogo nei suoi protagonisti, lo considero un’opera fatta “per”, ma anche “con”, queste persone.

Un problema – intendo oltre a quelli pratici, come la brevità proibitiva dei tempi di lavorazione, la rottura di un’automobile durante i frenetici trasferimenti da una location all’altra, ecc. - si è presentato quando ho cercato di riprendere l’interno della fabbrica, in quel momento oggetto di una difficile e pericolosa decontaminazione: nonostante le ampie assicurazioni che l’Assessore comunale all’Ambiente mi aveva fornito in precedenza, una volta giunto di fronte allo storico ingresso di via Oggero il responsabile dell’impresa che stava realizzando la bonifica si è opposto al rilascio dell’autorizzazione; l’Assessore ha subito questo irrigidimento preferendo, forse con qualche ragione, non aggiungere un ulteriore elemento di conflitto nel rapporto con l’impresa, già difficile a causa di contenziosi da tempo in corso. Sta di fatto che veniva adottato un atteggiamento opposto a quello della trasparenza. Nonostante questa scelta sia non solo criticabile dal punto di vista dei diritti democratici ma anche controproducente per la stessa “immagine” che si vorrebbe preservare, molto spesso è così che agiscono istituzioni e imprese in caso di lavorazioni particolarmente delicate per il possibile impatto sull’ambiente e sulla salute, anche quando non ci sarebbe niente da nascondere se non l’oggettiva delicatezza della situazione. È stata necessaria una lunga e paziente trattativa per ottenere almeno alcune immagini, realizzate senza entrare nell’impianto ma affidando la telecamera al responsabile della bonifica.

Nell’intraprendere il gioco dei “Sette giorni per un film” – così il MonFilmFest aveva denominato l’iniziativa - mi ero chiesto se il soggetto che avevo scelto non fosse eccessivamente trasgressivo nell’ambito di un esperimento ideato, tra l’altro, per promuovere un territorio come il Monferrato che da tempo fa leva sulla qualità, sul cosiddetto “buon vivere” della provincia italiana. Ma conclusi che avrei rispettato pienamente il “mandato” di valorizzare il Monferrato pur scegliendo di raccontare, di quella terra, non le riconosciute qualità paesaggistiche, artistiche, gastronomiche ma la tragedia legata alla produzione di cemento-amianto. Infatti considero l’esperienza di lotta e la competenza sociale e tecnica delle persone a cui stavo dando voce come una vera e propria ricchezza da mostrare, anche se non è materia per guide turistiche. Certo, è una ricchezza scomoda perché ci pone domande difficili sul significato della democrazia e dei diritti in una società in cui è normale che il profitto di qualcuno costi la morte ad altri. Inoltre, mentre il “girato” si accumulava nel corso della settimana a nostra disposizione, presto mi fu chiaro che avevo troppo materiale, troppe storie per riuscire a montare e rifinire in quelle poche ore un prodotto compiuto da presentare alla giuria. Ma non volevo limitarmi, né sacrificare alle esigenze della competizione la ricchezza dell’esperienza che stavo vivendo. Non stavo giocando per “vincere”, ma proprio per “giocare”. Alla fine della settimana consegnai in extremis (anzi, facendo attendere un bel po’ il pubblico e i giurati) un film ancora grezzo. La visione era faticosa, ma l’impatto fu forte e la vincita del “Premio del pubblico”, di quel pubblico, fu un riconoscimento particolarmente gradito – più della menzione speciale della giuria cui si affiancava - e un segnale del fatto che quelle comunità sceglievano il ricordo e non la rimozione.

Nei primi mesi del 2004 ebbi il tempo di mettere ordine nel montaggio e arricchirlo con qualche elemento di contestualizzazione come fotografie, articoli di giornale, dati. Tornai alcune volte a Casale - come del resto continuo a fare avendo stretto diverse relazioni di amicizia - invitato dalla Cgil e dall’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto alle loro iniziative. Nel frattempo sono successe molte cose: le procure di Siracusa (altra ex sede Eternit) e Torino hanno avviato nuove inchieste; sindacato e familiari delle vittime hanno presentato a Torino un documentato esposto firmato da migliaia di parti lese che ha arricchito il fascicolo del procuratore Guariniello, e in base al quale è possibile che gli svizzeri già proprietari della multinazionale Eternit siano rinviati a giudizio e chiamati a risarcire le vittime; in città il conto dei morti per mesotelioma pleurico ha superato stabilmente la media di 30 all’anno (il picco, dicono, si sta avvicinando prima del previsto); e la signora Romana Blasotti Pavesi, presidentessa dell’Associazione dei familiari, che aveva già perso il marito (ex dipendente Eternit) 21 anni prima, poi la sorella 13 anni prima e il nipote un anno prima (entrambi mai stati lavoratori della fabbrica), nell’estate del 2004 ha perso anche la figlia cinquantenne (non lavoratrice): la drammatica scena finale in cui Romana, durante un’assemblea del marzo precedente, annuncia per conto della figlia che la malattia ha colpito anche lei e esorta tutti con straordinaria forza a continuare l’impegno per la bonifica, è l’unica sostanziale aggiunta a un lavoro che nel complesso, anche se con più compattezza e fluidità, è quello elaborato nella settimana del MonFilmFest. Indistruttibile resta quindi, anche nella versione finale, un lavoro scarno ed essenziale. Avrebbe potuto essere più ricco, ma mi è sembrato giusto metterlo in circolazione senza attendere che si presentasse la possibilità – peraltro rara in Italia - di accedere al circuito “alto” della produzione di documentari. Rappresenta soprattutto uno strumento di videoazione con il quale sono intervenuto nel pieno delle stesse vicende che racconta. Molti festival l’hanno selezionato in concorso e alcune giurie l’hanno premiato, ma le cose che più ripagano la fatica di un lavoro sostanzialmente autoprodotto come questo sono la commozione e la gratitudine dei protagonisti, le reazioni indignate del pubblico, il fatto che si sia messa in moto una circuitazione alternativa che in larga parte ha viaggiato in virtù di spinte autonome, fatta di proiezioni militanti e serate nell’ambito del circuito indipendente “Documè” per il documentario sociale. I miei amici casalesi l’hanno riprodotto in copie dvd, grazie al contributo della Camera del lavoro e dell’Inca Cgil, e oltre a distribuirlo nelle assemblee sindacali l’hanno inviato in Brasile e in Bolivia. Sarebbe bello se della loro esperienza qualche condannato a morte dal capitalismo si potesse giovare anche sull’altra faccia del pianeta. Con il mio contributo.


 
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