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Thyssen: un viaggio, un film, fatto di uomini e di storie

di Santo Della Volpe
“Non so se si può chiamare la maledizione della Thyssen, certo che in questa acciaieria, stanno venendo al pettine una serie di nodi irrisolti del mondo del lavoro”. A giornale aperto sulla notizia dell’ennesima vittima del lavoro alla Thyssenkrupp, Mimmo Calopresti, ritrova nell’incidente mortale di Terni, il filo di una tragedia che arriva da lontano, dalle trasformazioni del mondo della fabbrica  negli ultimi vent’anni. Anche se  Umberto Aloe, l’operaio morto a Terni dopo esser stato investito dal braccio di un escavatore, per ironia, tragica, della sorte, stava lavorando proprio per aumentare la sicurezza dei reparti dell’acciaieria. “Perché” dice Calopresti,” anche in questo caso sono lavori che vengono fatti ora ma che forse andavano fatti  tempo fa, quando gli stabilimenti di Torino e di Terni passavano di mano da una azienda multinazionale all’altra.

La maggior sicurezza dei reparti alla Thyssen  è scattata dopo il tragico rogo del 6 dicembre a Torino,ma per quanti anni i lavori di  antinfortunistica sono stati tralasciati,magari per  produrre di più o per mantenere  quei posti di lavoro attivi 24 ore su 24  e non far diminuire le ore di lavoro e quindi il numero di persone al lavoro?”

Sono domande cui ora è difficile dare una risposta. Calopresti però ha trovato molte risposte a tante domande girando il suo film sulla Thyssenkrupp di Torino, raccogliendo le storie di operai sopravvissuti, delle famiglie delle 7 vittime,di sindacalisti o semplici amici di chi è morto bruciato in quel rogo all’alba di 4 mesi fa. Qual è la prima impressione, a lavoro chiuso?
“Sembra banale ,ma subito pensi che il mondo operaio è profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto in passato . E’ diverso perché frutto di un dialogo con il resto della società che si è interrotto tempo fa,non so quando, sicuramente negli anni ’90. Questa mattina, appena saputo dell’incidente di Terni,un operaio della Thyssen che ho conosciuto a Torino e che ora vive in Calabria, mi ha chiamato per chiedermi, cosa si può fare? Lì si continua a morire. Capisci, ha chiamato me,un regista ,uno che raccoglie interviste ed impressioni. Ed il sindacato? Ed i partiti? Certo che avrà telefonato anche ad altri suoi compagni di lavoro, ma se a Terni c’è stato subito uno sciopero, gli ex operai Thyssen  di Torino non trovano più forme di rappresentazione, cioè di forza collettiva, sono diventati atomi, singole persone,la loro storia diventa individuale. E questo è l’ultimo atto di una vicenda che parte tanti anni fa”.

Nel senso che la storia degli operai segue le mutazioni dell’azienda?
“Sì, in un certo senso sì. Perché la storia della Thyssen è la storia di questo paese: la fabbrica acciaieria della Fiat, diventa  poi Teksid,poi Iri,poi venduta ai tedeschi della Thyssenkrupp.Ed ogni volta, ad ogni passaggio, vengono contrattati il numero di addetti,i tagli,le produzioni, ed ogni volta  gli stessi lavoratori,i sindacati,per mantenere il lavoro, accettano condizioni e ritmi di lavoro,via via più difficili. Lo ammettono gli stessi lavoratori: ad un certo punto per mantenere il lavoro,accettano alla fine anche turni di 16 ore  al giorno”.

Il lavoro in cambio della sicurezza,in sostanza?
“E’ da questo dato che bisogna ripartire per affrontare il tema della sicurezza antinfortunistica: dire cioè che non si possono lavorare quelle ore di seguito,oppure che non si può fare la manutenzione con operai di ditte esterne che lavorano  mentre si produce,per non perdere  appunto i livelli di  produzione. Oppure che gli stabilimenti siano  freddi d’inverno e caldi d’estate, disagevoli,con pavimenti scivolosi e vetri rotti perché tanto lo stabilimento deve chiudere. Se pensi a metterti e toglierti il maglione, ad esempio,pensi meno alla tua sicurezza. Bisognerebbe mettere la salute,la vita sempre al primo posto nell’attenzione delle persone, di chi fa i contratti: l’antinfortunistica dovrebbe diventare automatica, cultura dell’impresa e del sindacato,dell’apprendista che studia il lavoro e del piccolo impresario che apre una ditta”.

Ma tornando alla Thyssen…lì a Torino c’era appena stata una contrattazione aziendale…cosa ti hanno detto gli ex operai durante la registrazione del film?
“Che loro stessi avevano accettato ,nell’ennesima contrattazione, il lavoro, quei ritmi ed anche quelle condizioni, in cambio del lavoro sino all’ultimo, cioè sino alla chiusura dello stabilimento. Fa male dirlo ma è così: si è monetizzato per anni tutto, purtroppo. Ed oggi, lì come altrove, paghi  questo atteggiamento, Purtroppo a Torino anche con la vita. Oggi i ragazzi della Thyssen sono duri, anche con se stessi,per aver accettato tutto questo…Pensa che anche nelle modalità dell’incidente ci sono  gli effetti di questo atteggiamento consolidato,direi ereditato. Perché in Germania quando un anno fa è accaduto un incidente simile, gli operai sono scappati,poi sono intervenuti a spegnere tutto i vigili del fuoco, quando gli operai erano in salvo. A Torino no: quella notte,alla prima scintilla,al primo fuoco, gli operai corrono a tentare di spegnere le fiamme, non scappano. E’ così che muoiono. E non scappano perchè devono tutelare l’impianto che gli darà il lavoro  futuro, salvano le macchine per salvare il lavoro. E la vita? Poi dopo scoppia la rabbia ed allora gridano ed inveiscono contro tutti: è impressionante quel che succede nel corteo dopo l’incidente del 6 dicembre:fischi ed urla per sindacalisti e per compagni di lavoro, uno sfogo che sembra lanciato contro sé stessi,contro quello che dovevano fare e non hanno fatto prima, una rabbia come impotente sfogo per un passato dove hanno accettato,forse, la causa stessa di quel che era successo. Lì credo si siano resi conto del rapporto che si era interrotto con chi stava fuori dalla fabbrica. Ora gli gridavano la loro rabbia e chi era fuori,per strada, capiva e non capiva… ”

Nel tuo film emergono queste situazioni e, direi, contraddizioni?
“Sì, credo di sì. Oggi gli operai che ho intervistato sono lucidi, hanno visto cosa è successo, le immagini di quelle torce umane non le dimenticheranno mai. Ora rivedono la storia della fabbrica, la loro storia con occhi diversi ed allargando il discorso dicono che il problema della sicurezza non è un affare a sé,uno dei tanti punti di un contratto. Perché sicurezza vuol dire tutto il resto:come si è lavorato per anni, quali ritmi, cosa si lavora, quali sostanze o materiali e poi con quali protezioni. Infine come si controlla che le tue conquiste in fabbrica siano poi applicate quotidianamente. Ora di questo parlano gli operai: ma la Thyssen è chiusa, loro sono fuori,ciascuno a cercare un altro lavoro,non esistono più come collettiva…”

Quindi il tuo film diventa una sorta di prezioso documento  storico, collettivo, di una memoria che deve rimanere…
“Forse sì, ti interrompo per aggiungere che vorrei servisse per capire e riflettere sulla storia del nostro paese negli ultimi anni...Perchè quegli operai sono  persone vive, fanno parte di una società che sembra non ricordarsi ,nel quotidiano, dell’esistenza del mondo del lavoro,salvo poi  aprire i riflettori quando c’è un incidente  eclatante”

Articolo21 lancia la settimana  di informazione e mobilitazione  sugli infortuni sul lavoro tra il 25 aprile ed il 1°maggio. Ma tu credi che siano importanti questi momenti ,come dire, per mantenere  gli spot accesi tutto l’anno,per usare una tua metafora…
“Sì e molto. Vedremo come parteciparvi ,anche alla luce del mio lavoro alla Thyssen. Tenere alta l’attenzione sugli infortuni sul lavoro serve perché la gente tende a dimenticare,ad allontanare da sé questo problema.
Invece le testimonianze devono restare, devono parlare ancora per non dimenticare, anche con questo film,anche con le iniziative diArticolo21. E’ un modo per rispondere agli appelli del presidente Napolitano che  giustamente ci ricorda appena può che questa piaga deve essere affrontata e debellata. Ma, ora che la campagna elettorale si è chiusa,che c’è un nuovo Parlamento chiediamoci: quanti politici sono andati alla Thyssenkrupp di Torino per parlare di questi problemi? Bene,mi aspetto ora che nel nuovo Parlamento si affronti e tenga alto questo tema della lotta agli infortuni sul lavoro come uno dei problemi principali da affrontare, qualcosa di più di un appello dopo un incidente…”


 
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